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Antonella Mazza

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July 04

MOSTRA PERSONALE

SALERNO. FINO AL 29 LUGLIO, PRESSO IL "CUBE", C'E' LA MOSTRA D'ARTE CONTEMPORANEA DELLA GIOVANE ARTISTA ANTONELLA MAZZA.
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Fino al 29 Luglio si terrà presso il "Cube" (ex "chez marie", Via Dogana Vecchia 30 Salerno) una mostra d'arte contemporanea della giovane artista Antonella Mazza.


Per chi ama abbinare il piacere del mangiare e del bere a quello del contemplare (ed eventualmente acquistare) opere d’arte, ora l’estate salernitana offre qualcosa di interessante. Presso il Bar – Ristorante “Cube” (ex “Chez Marie”, via Dogana Vecchia 30), infatti, dal 29 giugno al 29 luglio, è ospitata una personale di Antonella Mazza, giovane artista salernitana. L’esposizione, intitolata “Salerno-Berlino. Quadri, fotografie, oggetti…”, invita ad un audace percorso tra il nostro centro storico e la capitale tedesca, centro mondiale dell’avanguardia artistica, in cui Mazza ha risieduto di recente proprio per ampliare la propria visione artistica. L’osservatore resterà colpito innanzitutto dall’estrema diversità delle opere che, oltre a indicare vivacemente tutte le possibilità di ricerca e sperimentazione di un percorso artistico ancora in formazione, vuole efficacemente testimoniare come ogni creazione e percorso – artistico come di vita – debba essere in continua trasformazione, e non fossilizzarsi nella certezza di uno stile trovato una volta per sempre.
Tale continua mobilità intellettuale e creativa sarà il punto di incontro dell’immaginario individuale della artista e degli stimoli da cui esso è colpito dall’esterno. Ecco allora pigmenti, farina e oro spray applicati sulla tela (“Champagne Supernova”, “L’ebbrezza dell’oro”), un cubo di Rubik emergere direttamente da un fondo nero (“Rubik”), un primo maggio berlinese trasfigurato in personaggi senza volto su sfondo tracciato a carboncino (“Face off”), un animale proteso verso il cadavere squartato di un altro animale in un paesaggio onirico e spettrale (“Life”), l’estremo oriente malinconico di un albero di ciliegio con petali che cadono (“Sakura”) o quello ironico di un “Bee Sushi”: un trittico di vivaci quadretti con simulacri di corpi di ape ricavati dai rotoli della carta igienica. E non mancano nemmeno i palazzi di Berlino dipinti in maniera spiazzante con il caffè (“Caffè Berlin”), o una serie di foto stampate su tela e rappresentanti architetture berlinesi (tecnica originale per le nostre scene artistiche oltre che di particolare impatto visivo); così come una scultura di una classicissima “Centauromachia” fatta però, invece che di marmo … di comuni tubi di rame e plexiglass.
Tramite una continua contaminazione di elementi, Mazza vuole coinvolgere l’osservatore in una libera interpretazione delle opere, il cui significato per l’appunto consiste nell’allargamento del proprio orizzonte individuale in un viaggio che è metafora della continua scoperta di cui dobbiamo renderci in ogni momento capaci. Nel far ciò Mazza recepisce, tra l’altro, un’importante lezione dell’arte contemporanea, ovvero il richiamo – ottenuto tramite una continua forzatura dei confini invano imposti all’arte – a una costante apertura e ricettività dell’immaginario culturale, soggettivo e collettivo, al rendersi cioè disponibili alla più vasta sfera possibile di esperienza.
Questo insegnamento, assorbito e originalmente rielaborato dall’artista con il supporto di una sicura padronanza dei mezzi e delle tecniche, ci viene ulteriormente ritrasmesso non dall’alto di una cattedra o nello spazio quasi sacrale di un museo, ma in contesto decisamente più piacevole anche per gli altri sensi come quello di un locale che è insieme bar, ristorante e punto d’incontro, con un’ulteriore ironica contaminazione che può forse ricordarci come l’arte oggi debba essere vissuta in maniera libera e al di fuori di schemi precostituiti per poter mettere in moto libere associazioni di pensiero e arricchimenti di esperienza.

ANDATE NUMEROSI!!!!

http://www.irnonotizie.it/articolo.php?id=2264

http://www.salernocittadeicreativi.eu/index.php?option=com_content&task=view&id=610&Itemid=29

 

March 25

TESI!!!!

Finalmente…

Ormai avevo completamente perso le speranze…credevo che la data della tesi l’avrei saputa il giorno stesso della discussione…e invece…oggi finalmente ci sono riuscita! Rullo di tamburi…squilli di tromba…peperepepepèèèèParty mi laureo il 7 Aprile!Sette Sette Sette Sette Sette Sette Sette Sette Sette Sette Sette Sette Sette Sette Sette Sette Sette Sette Sette Sette Sette Sette Sette Sette Sette Sette Sette Sette Sette Sette Sette Sette….Sette Aprile 2008!SorrisoLunedì (non questo, l’altro) per chi volesse farsi due conti. Mi spiace ma non avrete il piacere di vedermi venire a discutere la tesi a cavallo (come il mio prof. consigliavaPerplesso) ma in compenso vedrete bozzoli che sembrano mummie morte sulle scale, bambole giapponesi in formato umano, pupazzi che ballano su casse nei corridoi tappezzati di buchi finti, (forse) un fun club dei Beatles e molto altro ancora. Ovviamente non mancheranno (sebbene non siano ancora pronte) quattro gigantografie di svariati metri cubici dell’ormai famoso stallone nero Amedeus che in realtà è un po’ marrone (hihihi). Ci sarà (si spera, perché ovviamente non è ancora pronto niente) uno schermo al plasma dove verranno proiettati a ripetizione video creati dai tesisti dove, non c’è bisogno neanche di dirlo, il mio è il più bello – grazie NicAnimoticon – (e chi non verrà a dirmi “si, il tuo è il più bello” farà la fine di MarsiaArrabbiato). Dunque Signori e Signore siete ufficialmente invitati ad accorrere numerosi il giorno SETTE (per chi non l’avesse capito) APRILE 2008 H. 14:00 nel Teatro dell’Accademia di Belle Arti di Napoli ad assistere alla mia piccante (lo sarà davvero) seduta di laurea!

PS chi non adorerà il Dio Equino subirà atroci punizioni corporali scelte in base alla tradizionale iconografia del Cavallo.

PPS noooo, non sto impazzendo…Caldo

March 02

è arte torturare gli animali?

Cani lasciati senza cibo, zebre portate in montagna: così la performance diventa sadismo
NICO ORENGO

Maiali marchiati. Gatti sbattuti in terra. Mosche costrette a morire in un bicchiere. E da ultimo cani lasciati morire di fame in galleria. L'arte contemporanea ha un rapporto violento, sadico, con gli animali. Addio all'attenzione e alla pietà di un Masaccio, Bruegel, Leonardo o Grechetto o Rubens e a tutti quei pittori, fin alle soglie del Novecento, che nell'animale vedevano un compagno, un amico. Oggi è tornato ad essere, realisticamente, l'«altro», da combattere, da far soffrire.

E' di poche settimane fa la denuncia, portata non solo da gruppi di animalisti, nei confronti di Guillermo Habacuc Vargas, performer della Costa Rica, invitato a rappresentarla, alla Biennale del Centro America, l'anno prossimo, per aver esposto in agosto alla Galeriam Códice, un cane denutrito, al quale era vietato dar da bere o da mangiare, perché se ne potesse osservare la lenta agonia fino alla morte..

Sembrano lontani anni luce le emozioni e le parole di Rosa Luxenburg, quando dalle finestre del carcere di Breslavia, nel 1917, vedendo dei bufali di Romania, presi a bastonate scriveva: «sanguinava e guardava davanti a se e aveva nel viso nero, negli occhi,scuri e mansueti,un'espressione simile a quella di un bambino che abbia pianto a lungo».

In anni recenti era stato Kounellis, a esporre cavalli (nel 1969 alla Galleria l’Attico di Roma) e pappagalli, seguito da De Dominicis con una «mostra per soli animali», non c'era segno di violenza fisica ma di costrizione e spaesamento spaziale. E' con Herman Nitsch che si comincia a dire che vitelli, pecore, maiali verrebbero macellati per mettere in scena performances sanguinolente, negli Anni 60 e 70.

Da allora gli animali diventano per molti artisti un soggetto sacrificale, una vittima, la metafora carnale del disagio, del lato oscuro, della violenza sociale. E se Wim Delvoye marchia i maiali dicendo che in questo modo, come opere d'arte li salva dalla macellazione, Xu Zhen, proprio a Torino, nel 2000, proiettava un video, poi ritirato dagli organizzatori del Big, dove un cinese sbatteva in terra con violenza dei gatti. Una delle «artiste» contemporanee che abusa maggiormente degli animali, con una sottile ferocia è Paola Pivi. È lei che fotografa, usando come fonte di stupore lo spiazzamento, zebre sui ghiacciai del Monte Bianco (e pare che le bestie siano morte dopo qualche tempo in seguito allo sbalzo climatico e allo stress), struzzi in mare, asini in barca.

Diventano «innocenti» o solo di pessimo gusto l'uso di esporre animali imbalsamati, come lo squalo e le mucche di Damien Hirst, i cavalli di Maurizio Cattelan, o gli animali usati da David Altmejd, Kevin Francis Gray o la gallina dell'opera Man fucking a chicken, del coreano Liu Ding, vista all'ultima Artissima. No, perché la violenza dell'immagine e il disprezzo verso l'animale permane. Nessuno di loro sembra aver mai letto le parole di uno scrittore zoologo francese, Fréderic Richaud: «...la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono quelli, muoiono queste, e il soffio vitale è uno per tutti e la superiorità dell'uomo sulla bestia è zero, perché tutti e due sono vanità».

 

da www.lazampa.it sezione del giornale LaStampa

February 15

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February 06

ballate

 

 

Grazie Goethe

 

ROSELLINA DELLA LANDA

 

 Vide un ragazzo una rosellina,

rosellina della landa,

era così giovane, bella come il mattino,

corse svelto per guardarla da vicino,

e la sua gioia fu tanta.

Rosellina, rosellina, rosellina rossa,

rosellina della landa.

 

Il ragazzo disse: «Ti coglierò,

rosellina della landa!»

Rosellina disse: «Io ti pungerò,

così che tu pensi sempre a me,

non subirò la tua bravata».

Rosellina, rosellina, rosellina rossa,

rosellina della landa.

 

E il rude ragazzo colse

la rosellina della landa;

la rosellina si difese e punse,

né ohi né ahi le valsero,

dovette subire e basta.

Rosellina, rosellina, rosellina rossa,

rosellina della landa.

 

 

IL RAGAZZO INFEDELE

 

 

 

C'era un ragazzo senza vergogna,

era appena venuto dalla Francia,

aveva tenuto più d'una volta

una povera ragazza tra le sue braccia,

tra vezzi e carezze era stato,

solo per burla, il suo fidanzato,

e l'aveva lasciata alla fine.

 

Quando lo seppe la bruna ragazza,

i sensi le vennero meno, rideva,

e piangeva e pregava e giurava;

la sua anima fuggì dalla terra.

Nell'ora della sua morte al ragazzo

si stringe il cuore, i capelli si drizzano,

un impulso lo spinge a cavallo.

 

In lungo e in largo diede di sprone

e cavalcò per ogni verso,

da una parte, dall'altra, per ogni dove,

non trova la pace lo stesso.

Cavalca sette giorni e sette notti;

lampeggia e tuona, tra i fragori

della tempesta irrompono i flutti.

 

E cavalca, mentre infuriano

i lampi, verso la muraglia in rovina,

lega fuori il cavallo, s'insinua,

si ripara dalla pioggia e si rannicchia.

E come brancola e tocca,

sotto di lui la terra crolla,

lui precipita per cento tese.

 

Si riprende dal colpo e vede

guizzare tre lumicini stanchi.

Raccoglie le forze e strisciando li segue

mentre si fanno sempre più lontani,

lo sviano per tutti i versi,

su e giù per scale, per anditi stretti,

per diruti cellieri desolati.

 

Lui si staglia nella sala d'improvviso,

vede gli ospiti seduti, sono cento,

dalle orbite vuote insieme sogghignano,

lo invitano alla festa con un cenno.

Vede il suo amore in fondo,

in bianche vesti avvolto,

che si volge -

 

LAMENTO DELLA NOBILE MOGLIE DI ASAN AGA, DAL MORLACCO

 

 

 

Che cos'è quel bianco là nel bosco verde?

È neve forse o sono cigni?

Se fosse neve, si sarebbe sciolta;

se cigni, sarebbero volati via.

Non è neve, non sono cigni,

è il fulgore delle tende di Asan Aga.

Lui giace ferito nella sua tenda;

lo visitano la madre e la sorella,

per pudore la moglie esita a venire.

 

Quando la sua ferita fu più mite,

fece dire alla sua moglie fedele:

«Non aspettarmi più alla mia corte,

né alla mia corte, né vicino ai miei.»

 

Quando la moglie udì questa parola dura,

stette, lei così fedele, rigida e affranta,

sente i cavalli scalpitare alla porta,

e le sembra che arrivi Asan, il marito,

balza alla torre, per gettarsi dall'alto.

La seguono in ansia le due care figlie,

la invocano, piangono lacrime amare:

«Non sono i destrieri di nostro padre Asan,

è tuo fratello Pintorovic che viene!»

 

E la sposa di Asan torna sui suoi passi,

stringe in pianto il fratello tra le braccia:

«Vedi, fratello, l'offesa a tua sorella!

Sono ripudiata, io madre cinque volte!»

 

Tace il fratello, dalla borsa trae,

avvolta in una seta rosso viva,

la missiva che attesta il ripudio:

lei ritorni alla casa della madre,

libera di darsi a un altro uomo.

 

Quando vide la lettera luttuosa del ripudio,

la donna baciò in fronte i due bambini,

baciò le guance delle due bambine.

Ma, ahimè, dall'infante nella culla

nell'acerbo dolore non riesce a staccarsi!

 

Il fratello violento la strappa via,

la solleva in fretta sul vivace destriero,

e si affretta con la donna affranta

dritto verso l'alta dimora del padre.

 

Era da poco, neanche sette giorni;

poco davvero; da signori eccelsi

la nostra donna nel suo lutto di vedova,

la nostra donna era ambita sposa.

 

E il più grande era il cadì di Imotski;

la donna in lacrime pregava il fratello:

«Io ti scongiuro, per la vita tua,

a nessun altro non darmi in sposa,

che, rivedendo i miei poveri cari

figli, il mio cuore non si spezzi!»

 

Il fratello ignora le sue parole,

deciso a maritarla al cadì di Imotski.

Ma la donna, nella sua bontà, lo prega

senza fine: «Fratello, manda al cadì di Imotski

almeno una lettera con queste parole:

la giovane vedova ti saluta da amica,

e con questa missiva ti scongiura

che, quando verrai qui con i Suati,

tu mi porti un lungo velo, in modo

che io mi copra davanti la casa di Asan

e non veda i miei orfani cari.»

 

Appena il cadì vide questo scritto,

ecco raduna tutti i suoi Suati,

e si prepara a recarsi dalla sposa,

portando il velo che gli aveva chiesto.

 

Felicemente giunsero alla sua casa,

felicemente lei partì con loro.

Ma vicini che furono alla casa di Asan

i bambini videro dall'alto la madre,

gridarono: «Ritorna alla tua casa,

vieni a cenare con i tuoi bambini!»

Afflitta udì la sposa di Asan,

si rivolse al principe dei Suati:

«Lascia almeno che i Suati e i cavalli

sostino un poco alla porta dei miei cari,

ed io faccia un dono ai miei piccoli.»

 

E si fermarono alla porta dei cari,

e lei diede regali ai poveri figli;

ai bambini stivali trapunti d'oro,

alle bambine lunghe ricche vesti,

e all'infante, inerme nella culla,

diede per il futuro un abitino.

 

In disparte il padre Asan Aga vide,

chiamò afflitto i suoi cari figli:

«Tornate da me, voi cari poveri piccoli;

ormai vostra madre ha un cuore di ferro,

chiuso in se stesso, un cuore spietato.»

 

Come la sposa di Asan udì queste parole,

si accasciò pallida, ne fu scossa la terra,

e l'anima fuggì dal petto affranto,

quando vide da sé fuggire i figli.